Credito d’imposta “Revolving”

Fonte: Il Sole 24 Ore

La Corte di cassazione, con le sentenze n. 16261, 16262, 16263 e 16264 del 18 giugno 2019, ha affrontato il particolare tema del credito d’imposta in materia di accisa sull’energia elettrica. I giudici hanno chiarito che esso è di tipo “revolving”, nel senso che il credito d’imposta emergente dalla dichiarazione di consumo annuale va a costituire, nelle dichiarazioni di consumo per gli anni successivi, la componente di un nuovo saldo creditorio emergente da tale ultima dichiarazione, sicché il termine di decadenza biennale.

Ciò in quanto il sistema applicativo dell’accisa, prevede che il pagamento della stessa avvenga in rate d’acconto mensili, calcolate sulla base dei consumi indicati nella dichiarazione precedente, oltre che la liquidazione “provvisioria” delle accise dovute per l’anno oggetto di dichiarazione, con successivo conguaglio annuale, a credito o debito, e compensazione dell’eventuale credito maturato.

Valorizzando le particolari modalità applicative, gli ermellini hanno rilevato che è lo stesso sistema legislativo a delineare un obbligo da parte del contribuente a detrarre il proprio credito d’imposta dai successivi versamenti in acconto, senza porre alcuna limitazione temporale alla compensazione del credito d’imposta. Il credito emergente dalla compensazione tra acconti versati in eccedenza e imposta dovuta sui consumi è quindi di tipo “revolving”, nel senso che il credito risultante dalla dichiarazione di consumo annuale costituisce, nelle dichiarazioni di consumo per gli anni successivi, la componente di un nuovo saldo creditorio emergente, appunto, dall’ultima dichiarazione.

Così, il termine di decadenza biennale non troverebbe applicazione in costanza del regolare svolgimento del rapporto tributario, posto che è lo stesso sistema applicativo configurato dal legislatore a legittimare la compensazione delle somme versate in più del dovuto dai successivi versamenti in acconto, e ciò fino all’esaurimento del rapporto tributario.

Il credito dunque si rinnova continuamente fino al suo esaurimento, o fino a che sorga una causa impeditiva della sua fruizione, come ad esempio la cessazione delle forniture in una determinata Provincia o la spettanza di una esenzione dall’accisa. Solo laddove al momento di presentazione dell’ultima dichiarazione di consumo, e quindi al termine del rapporto tributario, il credito dovesse essere inutilizzabile, inizierà a decorrere il termine biennale di cui all’articolo 14, comma 2, entro cui formulare l’istanza di rimborso.

Questa tesi, che si pone in contrasto con l’orientamento tradizionale secondo cui il rimborso del credito d’accisa va sempre e comunque chiesto entro due anni dalla data del pagamento, è già stata avallata dalla giurisprudenza di legittimità che, a partire dalla sentenza della Cassazione 9283/2013 (seguita da 12124/2019 e 3051/2019), ha ritenuto che le particolari modalità di pagamento dell’accisa fanno si che alla chiusura annuale di ciascun periodo si determina un nuovo saldo debitorio o creditorio che va a costituire un nuovo debito o credito rispetto a quelli precedentemente maturati