Fonte Sole 24 Ore

Solo il Mise può accertare contenuti e innovazione dell’attività di ricerca

In questi mesi si sono lette notizie non incoraggianti sugli esiti di talune verifiche in corso in merito alla corretta applicazione del credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo, tema che ha originato anche la risposta scritta del 26 giugno 2019 in Commissione Finanze della Camera all’interrogazione n. 5-02356 (On. Fregolent). Vediamo di tracciare alcuni punti fermi.

I focus dei controlli

In primo luogo, va ricordato che i periodi d’imposta attualmente oggetto di verifica sono quelli in cui il maggior numero di imprese ha fruito di questa agevolazione, per cui è naturale che più frequentemente rispetto agli anni precedenti l’attività istruttoria possa concentrarsi su queste voci. Non va dimenticato che si tratta di un incentivo “automatico”, ossia liquidato in autonomia dalle imprese, che in dichiarazione (quadro RU) inseriscono solo alcuni dati a consuntivo. Questa tipologia di credito d’imposta è sicuramente la migliore tra quelle provate negli anni (chi ha avuto esperienze di “click day” o di “rubinetti” non ha dubbi in proposito), ma è evidente che l’attività di verifica non può essere che a posteriori, come infatti sta accadendo.

L’esperienza dimostra che le difficoltà in sede di verifica sono inversamente proporzionali all’impegno documentale assolto dalle imprese al momento della realizzazione del progetto. Se la “cartellina” dedicata alle attività svolte è semivuota, si sono create le premesse per problemi futuri. Per le imprese che, invece, hanno documentato diligentemente l’attività di ricerca secondo quanto disposto dalla norma (in primis: relazione tecnica R&S, registri presenze del personale, contratti di ricerca, relazione rilasciata dal soggetto commissionario, attestazione del revisore), i verificatori non devono cadere nell’errore di occuparsi di questioni tecniche che non competono loro, essendo estranee al mondo fiscale. Le imprese infatti, laddove oggetto di verifica, devono evidenziare che la competenza tecnica circa la riconducibilità delle attività di ricerca e sviluppo a quelle agevolabili è in capo al Mise (il quale, quando coinvolto, laddove non ritenesse esauriente il contenuto della relazione tecnica, si auspica propenda per richiedere approfondimenti all’azienda).

L’elemento temporale

Il Mise, d’altra parte, dovrebbe ricordare (e sottolineare all’Agenzia) che i temi dell’applicazione pratica della ricerca e dell’innovazione hanno declinazioni molto complesse, tale per cui l’errore (quando c’è) è spesso in buona fede. Inoltre, sarebbe sbagliato valutare con i chiarimenti interpretativi che abbiamo oggi a disposizione il comportamento tenuto dalle imprese diversi anni fa, quando molte questioni non erano ancora state affrontate. Tanto per fare un esempio, solo nel 2018, con la circolare n. 59990, si è per la prima volta richiamato espressamente nell’ambito specifico del credito d’imposta in oggetto il Manuale di Frascati per la definizione di “ricerca e sviluppo”; allo stato attuale, risultano però verifiche su periodi d’imposta di diversi anni anteriori al 2018, che applicano retroattivamente tale interpretazione, che, peraltro, di per sé non rappresenta norma di legge.

Attenzione alle sanzioni

Inoltre occorre buon senso. Troppo spesso attività documentate anche in modo corretto, ma con contenuti non ritenuti condivisibili, vengono qualificate (da verificatori non dotati delle adeguate competente tecniche) come alla base di «crediti d’imposta inesistenti» invece che «non spettanti», con un aggravio sanzionatorio e nei tempi di recupero che, talvolta, costituisce il vero obiettivo della qualifica. Lo stesso accade, in particolare per i crediti più vecchi, per mere dimenticanze nella compilazione del quadro RU, in presenza di documentazione corretta. Soprattutto in questa materia, tutti (verificatori, Mise, giudici tributari) dovrebbero ricordare che nel nostro ordinamento amministrativo tributario esistono tre norme sulla disapplicazione delle sanzioni in caso di incertezza interpretativa ed una nell’ordinamento penal-tributario. Se non vengono applicate in queste ipotesi, c’è da chiedersi a cosa servano. Mai come in questa materia è importante, nella pratica, saper distinguere chi ha fatto tutto il possibile, in buona fede, ma ha (forse) mal interpretato qualche passaggio, da chi “ci ha marciato”, perché è evidente che se si trattassero entrambi i contribuenti allo stesso modo, l’intero sistema perderebbe credibilità, e non sarebbe un vantaggio per nessuno.

È frequente la lamentela sul fatto che nel nostro Paese sia molto difficile intraprendere e sviluppare ricerca. Chi la fa (seriamente) è giusto che sia incentivato e che sia verificato con equilibrio e proporzionalità, come avviene nella gran parte dei casi.